top of page

Blog di NeuroImpronta

Nasce prima il pensiero o l’emozione?

  • Immagine del redattore: neuroimpronta
    neuroimpronta
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min
una faccia nera stilizzata di profilo e sul capo dei cuoiri rossi


Per molto tempo gli scienziati si sono chiesti se nasca prima il pensiero o l'emozione, mettendo a confronto modelli storici come la teoria di James-Lange e la teoria di Cannon-Bard. Oggi sappiamo che la risposta risiede in un'interazione reciproca: si influenzano a vicenda in un loop continuo.

 

  • Il pensiero genera l'emozione: se penso a un esame imminente e mi convinco che andrà male, l'ansia salirà immediatamente.


  • L'emozione distorce il pensiero: se sono in uno stato di tristezza, la mia mente tenderà a ricordare solo eventi negativi, facendomi vedere il futuro in modo pessimista.

 

Questo meccanismo è centrale per la nostra salute mentale. Spesso rimaniamo intrappolati in veri e propri loop emotivi: un'emozione spiacevole genera pensieri catastrofici che, a loro volta, alimentano e ingigantiscono l'emozione iniziale. Uno dei pilastri della consapevolezza è proprio imparare a osservare questi pensieri come semplici eventi della mente, senza lasciarsi travolgere dall'onda emotiva.

  

Quando un'emozione diventa "disfunzionale"?

Provare emozioni dolorose o sgradevoli è del tutto normale e non significa avere un disturbo psicologico. Un'emozione diventa disfunzionale solo quando perde la sua utilità pratica ed evolutiva e si trasforma in un ostacolo. Per capire se un'emozione è problematica, nella pratica clinica si valutano quattro parametri.


  1. Frequenza: si presenta con una regolarità eccessiva.

  2. Pervasività: condiziona ogni area della vita (lavoro, relazioni, tempo libero) e non solo la situazione specifica che l'ha scatenata.

  3. Durata: l'emozione persiste a lungo, anche quando lo stimolo iniziale è ormai passato.

  4. Interferenza: impedisce di svolgere le normali attività quotidiane.

 

Alterazioni della sfera affettiva: alessitimia e disregolazione emotiva

La pratica clinica e psicoterapeutica si confronta spesso con specifiche alterazioni della sfera affettiva che compromettono il benessere dell'individuo.


Alessitimia: quando mancano le parole per le emozioni


L'alessitimia (dal greco a- mancanza, lexis parola, thymos emozione) è un costrutto psicologico introdotto da Sifneos (1973) per descrivere un deficit specifico della competenza emotiva e della consapevolezza metacognitiva. Non si tratta di un'assenza di emozioni, bensì di un'incapacità di elaborarle a livello cognitivo.


Difficoltà a identificare le emozioni: la persona fatica a distinguere ciò che prova a livello psicologico dalle risposte fisiche del corpo (arousal). In altre parole, avverte chiaramente il sintomo fisico (come la tachicardia o lo stomaco chiuso), ma non riesce a capire se si tratti di ansia, di rabbia o di semplice stanchezza.


Difficoltà a descriverle a parole: c'è un'estrema fatica nel trovare i termini giusti per verbalizzare e comunicare agli altri il proprio vissuto interno.


Pensiero orientato all'esterno: la mente tende a focalizzarsi in modo rigido e concreto solo sui fatti della realtà quotidiana (le cose da fare, la cronaca degli eventi), evitando l'introspezione e l'analisi dei propri stati d'animo.


Fantasie e immaginazione ridotte: si nota una povertà nei processi immaginativi, che si traduce in una riduzione dell'attività fantastica, dei sogni e della capacità di elaborare i concetti in modo simbolico.


Disregolazione emotiva: quando l'emozione travolge


Regolare le emozioni significa saper modulare la loro intensità e durata per adattarsi al contesto. Nella disregolazione emotiva, questo sistema di controllo fallisce e la persona non riesce a riportare la calma. La persona mostra un'incapacità cronica di ricondurre l'attivazione psicofisiologica (arousal) entro una "finestra di tolleranza" ottimale. Questo fenomeno si caratterizza per le seguenti elementi.


Iper-reattività: l'emozione si accende con stimoli minimi.


Intensità altissima: le risposte emotive sono sproporzionate rispetto a quello che è successo.


Lento ritorno alla calma: una volta terminato lo stimolo, l'organismo fa molta fatica a smaltire l'agitazione, prolungando la sofferenza.


Quando la mente non riesce a gestire questo dolore psicologico acuto, l'organismo sperimenta una tensione intollerabile. Per bloccarla, l'individuo rischia di ricorrere a "strategie di emergenza" dannose e impulsive, come l'abuso di sostanze o alcol (usati come anestetici chimici), condotte autolesive (dove il dolore fisico serve paradossalmente a spegnere il dolore psicologico) o comportamenti a rischio (come il binge eating o il gioco d'azzardo) nati per distrarre la mente.


Il ruolo della Terapia Cognitivo-Comportamentale
Spesso le persone si rivolgono a un terapeuta chiedendo di "non provare più" una determinata emozione sgradevole. Il nostro lavoro aiuta prima di tutto a capire che l'obiettivo non è cancellare le emozioni, ma comprenderle e regolarle. Nelle prime sedute si lavora insieme per ricostruire la mappa di ciò che accade: come valutiamo la realtà, quale emozione si accende e come reagiamo a livello di comportamento, così da spezzare i circoli viziosi e ritrovare il benessere.

Se vuoi conoscere i nostri servizi clicca i link qui sotto



 
 
 

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione

Sedi

TRENTO   | Corso 3 Novembre, 116
CLES    | Viale Alcide De Gasperi, 10

NeuroImpronta Società Cooperativa Sociale

Iscrizione Registro Imprese TN

Codice Fiscale e Partita IVA 02332820220

bottom of page